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Spike Lee parla di “Bad 25” a Venezia

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Riportiamo una nostra parziale trascrizione e traduzione della conferenza stampa tenuta da Spike Lee il 31 agosto presentando il documentario “Bad 25” alla Mostra del Cinema di Venezia.

«Questo è un giorno davvero speciale. E non è un caso. 25 anni fa, oggi l’album “Bad” fu pubblicato. Esattamente lo stesso giorno, 31 agosto. 25 anni fa, in questo stesso giorno quest’album fu pubblicato. E due giorni fa era il compleanno di Michael Jackson: è nato il 29 agosto 1958.

Non li ho mai incontrati, ma i figli so che vogliono trovare quanto possono sul loro padre, e impareranno molto su loro padre quando guarderanno questo documentario.

Uno dei motivi per cui ho voluto accettare di fare questo documentario è perché quando mi è stato chiesto dall’Estate e dalla Sony Records dissero che volevano concentrarsi sulla sua musica. E penso che ci sono stati troppi anni in cui noi, ed includo anche me stesso, ci siamo concentrati su cose di Michael Jackson che non avevano niente a che fare con la sua musica. Questa volta ci concentriamo solo sulla sua musica, sul genio di Michael Jackson, che ci consente di scavare nel suo processo creativo.

Noi tutti consacriamo il suo lavoro finito, ma resta nascosto come gli elementi sono stati messi insieme. Noi vediamo il prodotto finale ma non vediamo il sangue, il sudore e le lacrime versati durante il lavoro.
Quindi, questa ne è l’opportunità, parlando con i musicisti, parlando con i discografici che hanno collaborato con Michael per fare questo.

La gente dimentica che quest’album “Bad” seguì “Thriller”, che ancora oggi è l’album più venduto di tutti i tempi. Pensate solo alla tremenda pressione sotto cui si trovava Michael per ideare come proseguire dopo l’album più venduto di tutti i tempi.

Lui voleva che “Bad” vendesse centinaia di migliaia di copie, perché lui non era mai soddisfatto da quello che faceva. Lui voleva avanzare, e diventare più grande, e migliore, e crescere ogni singolo momento. E questo è ciò che fa ogni artista. Un grande artista non rimane stagnante, un grande artista non ripete le stesse cose in continuazione. E, secondo me, questo è ciò che viene trattato in questo documentario.

E inoltre, facendo questa collaborazione con la Michael Jackson Estate, il signor John Brance, John McLain, e anche Karen Langford, abbiamo avuto completa accessibilità… avete visto il film: avete visto cose in questo documentario che il mondo non aveva mai visto. Mai.

Voglio dire, quando ho letto questa nota che Michael… e questo secondo me è molto importante… che Michael scrisse, e la mostriamo nel film, “Studia i migliori e diventa migliore”. Voglio dire, è sorprendente. Michael non se ne stava seduto per conto suo; lui andava a prendere Bob Fosse, Gene Kelly, Fred Astaire, James Brown, Marvin Gaye, Stevie Wonder. Lui raccoglieva le cose migliori non solo riguardo alla musica: arte, fotografia, ballo, e prendeva tutto le cose che i grandi artisti avevano fatto nel mondo e le incorporava in quello che lui faceva.

Quello che Michael Jackson significa per me è incorporato in questo documentario. Perché, non voglio sembrare falso, ma questa per me è una lettera d’amore per Michael Jackson.

Io sono cresciuto con Michael Jackson: sono nato nel 1957, Michael è nato nel 1958, così come Prince, la gente non sa che Prince e Michael avevano la stessa età.

Quando vidi Michael come parte dei Jackson 5 … Quando vidi i Jackson 5 all’ Ed Sullivan Show io volevo essere Michael Jackson. Avevo la pettinatura afro, ma il canto e il ballo sono ciò che mi hanno fermato. Quindi, sono cresciuto con Michael Jackson. Successivamente, e questa è la grande cosa che riguarda la mia vita, è che con tutte le persone che ho amato poi ci ho lavorato insieme: Michael, Steve Wonder, Prince. Queste sono le persone con cui sono cresciuto e che ho amato e con cui ho lavorato.

E, per quanto riguarda questo documentario, per me è stata la conferma di quanto duramente lavorava.

(…) Quando Michael aveva sette anni, studiava James Brown, Jackie Wilson, era sotto tutela di Berry Gordy e della Motown, dove c’erano anche Steve Wonder e le Supremes, e i Temptations, e Marvin Gaye. Voglio dire, come possono tutte queste cose non influenzare la tua musica?

Allora ripeto, concentriamoci sulla musica di Michael Jackson e lasciamo perdere tutta l’altra roba.»

Spike Lee continua ricordando il momento in cui apprende della morte di Michael Jackson nel 2009, mentre era a Cannes. E racconta che, tornato negli Stati Uniti, si è accorto che aveva sul suo iPad solo un album di MJ, “Off The Wall”, così decise di scaricare ogni singola canzone legata a MJ e dice di averle ascoltate in continuazione per tutto l’anno successivo, tutti i giorni e tutte le ore.

Prosegue poi:

«Il ballo era parte di Michael Jackson, certamente. Avete ragione, “Bad 25” è incompleto perché è un argomento che non abbiamo incluso, il ballo. Quella è stata una decisione difficile perché non si può tralasciare il ballo, ma quello che abbiamo fatto è stato, nuovamente, di intervistare il suo coreografo per scoprire da dove arrivavano le sue mosse. Come io non sapevo, “Smooth criminal” fu ispirato da Fred Astaire, da “The Band Wagon” diretto da Vincente Minnelli. Non sto dicendo che l’ha rubato; si tratta di un omaggio. Lui ha ammesso che Fred Astaire e Gene Kelly erano due dei suoi più grandi eroi. Ma quello che mi sbalordisce è il modo in cui mette insieme questi elementi. (…) Il pezzo si chiama “The Girl Hunt” dal film “The Band Wagon” diretto da Vincente Minnelli; ma il modo in cui viene unito “The Girl Hunt” con “Smooth Criminal” per me è strabiliante.

“Man In The Mirror” davvero è diventato un inno per Michael. Come viene detto nel film, quando John Lennon fu assassinato avvenne così per “Imagine”, e quando Michael Jackson è morto questo si è ripetuto con “Man In The Mirror”. Non sto dicendo che Michael appare come Gesù Cristo, ma se guardi quella performance vedi che è di un altro mondo. Quell’esibizione (inserita nel finale del documentario, ndr) è dello spettacolo di Wembley: quella è una delle più grandi performance di sempre. E tu vedi Michael cantare quella canzone… Lui non è di questo mondo, lui è in un altro… lui è altrove.»

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54 anni di MJ. Spike Lee a Venezia

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Oggi Michael Jackson avrebbe compiuto 54 anni.

Inutile dire che ci saranno commemorazioni un pò in tutto il mondo da parte dei vari fans.

Purtroppo nei giorni scorsi Spike Lee ha annunciato che il party “Brooklyn loves MJ” da lui organizzato nel 2009 e nel 2010 e saltato all’ultimo momento nel 2011, quest’anno non si è potuto organizzare.

Sembra però intenzionato a riorganizzarlo l’anno prossimo.

Ad ogni modo, Spike Lee il 30 agosto sarà a Venezia per la 69^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (inaugurata ieri sera), dove presenterà nella categoria Fuori Concorso il suo documentario su Michael Jackson nella Bad Era, “Bad 25”, realizzato per l’omonima campagna di celebrazione del 25° anniversario dell’uscita di Bad. Proiezioni previste per il 31 agosto e il 1° settembre.

Spike Lee, inoltre, riceverà il premio “Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker”, riconoscimento assegnato alle personalità che hanno portato grandi innovazioni al Cinema contemporaneo.

Tutti a Venezia, dunque.

Bad 25 – Inedito a giugno e cofanetto a settembre

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Sul sito australiano sanity.com.au e su altri siti d’acquisto online è stata attivata la possibilità di pre-ordinare il singolo “I just can’t stop loving you”, che verrà pubblicato a giugno in edizione limitata per il Bad 25 (i 25 anni dell’album Bad).
Il singolo, a quanto viene rivelato, conterrebbe anche una canzone inedita di Michael Jackson, “Don’t go messin’ around” (oppure “Don’t be messin’ round”, ogni sito dice un titolo diverso… -_-‘)
Proprio su questa canzone si è espresso il suo ex produttore discografico Bruce Swedien. Stando alle sue dichiarazioni, “Michael suona il piano, ed è semplicemente meraviglioso”. Ed avrebbe aggiunto: “Non c’è niente così”.
In pratica MJ, durante il pezzo, suona personalmente un assolo al pianoforte.

In circolazione c’è solo uno spezzone di 7 secondi in cui non si sente granché.

Per il 18 settembre, invece, è prevista l’uscita del cofanetto BAD 25th Anniversary Edition, in due versioni.
All’interno della versione Deluxe ci saranno:
– il primo DVD ufficiale di un concerto del Bad Tour (si tratta del concerto realizzato il 16 luglio 1988 al Wembley Stadium di Londra);
– il CD originale rimasterizzato;
– un CD con materiale inedito registrato nello studio personale di MJ a Hayvenhurst (versioni demo delle canzoni dell’album o anche di canzoni scartate dalla versione finale di Bad, ma comunque tutto materiale inalterato registrato durante le Bad Sessions), oltre ad alcuni remix nuovi;
– un terzo CD con la soundtrack del concerto contenuto nel DVD;
due opuscoli con foto inedite dalle sessioni di registrazione, dai set dei video e dai concerti, e la cover art originale di Bad;
due poster, e altro materiale non specificato.

“Live for now” – Pepsi celebra Bad 25

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Il 4 maggio la PEPSI ha rilasciato un comunicato per annunciare la sua collaborazione con la Michael Jackson Estate e la Sony Music per celebrare il 25° anniversario dell’album Bad.
La Pepsi, quindi, parteciperà alla campagna “Live for Now”, che vedrà varie iniziative per ricordare e celebrare l’album del 1987: innanzitutto, la Pepsi realizzerà un miliardo di lattine in edizione speciale per la ricorrenza; ma ci saranno anche eventi dal vivo e l’immancabile merchandising.
Con queste iniziative, si intende provare che il Re del Pop non è soltanto l’artista più iconico del mondo del 20° secolo, ma influenza anche la musica del 21° secolo.
Il primo mercato su cui sono stati lanciati i primi prodotti celebrativi è stata la Cina, il 5 maggio. Sempre a maggio poi toccherà agli Stati Uniti, mentre nei mesi successivi del 2012 le lattine Pepsi verranno distribuite anche nel resto dell’Asia, in Sud America e in Europa.

Poco dopo l’annuncio, il Michael Jackson Estate ha rilasciato il seguente comunicato:
<<Vogliamo ringraziare i fans per tutte le loro reazioni positive all’annuncio di stamattina riguardante l’accordo con Pepsi. Michael fece tre accordi consecutivi con Pepsi, per il Victory Tour, il Bad Tour e il Dangerous Tour, quindi questo estende una lunga e una riuscitissima relazione con la marca. Michael avrebbe gradito che stiamo facendo il record con la sua immagine su un miliardo di lattine in tutto il mondo. E la campagna sarà un grande inizio per celebrare il 25° anniversario di Bad.>>

25 anni da Bad, 15 da BOTDF

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Quest’anno ricorre il 25ennale dalla pubblicazione di Bad, l’album che conferma Michael Jackson come “Re del Pop, del Rock e del Soul”. Per festeggiare la ricorrenza, sembra che la Pepsi produrrà delle lattine con immagini di MJ che  balla. Proprio la Pepsi, infatti, finanziò il Bad Tour (1987-88).

Ma c’è anche un’altra ricorrenza. Si tratta del quindicennale di Blood On The Dance Floor (1997).

Ecco un articolo in cui recentemente si è ricordato la nascita della title track.

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Michael Jackson’s ‘Blood on the Dance Floor,’ 15 Years Later

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The strange story behind the global hit, which was released a decade and a half ago today

On June 6, 1990, producer/musician Teddy Riley was supposed to be at his friend and fellow band member’s birthday party. Instead, he spent the night at a Soundworks Studio on 23rd Avenue in Queens, working on grooves for none other than the King of Pop, Michael Jackson.
“I told [the group] I had a lot of work to do,” Riley recalls. “Michael was my priority. I was going out to California to meet him soon, and he wanted me to bring my best work.”

It was a fortuitous decision.

Later that evening, Riley learned someone was shot on the dance floor at the party he had skipped. He was shaken. At just 23 years of age, violence and death were already becoming a recurring theme in his life. Within that same year, his half-brother and best friend both had also been murdered.

Riley was shocked to learn Jackson’s title for the track: “Blood on the Dance Floor.” “He knew what it was about even before I told him what happened that night.” The rhythm track Riley worked on that night was aggressive, ominous, menacing. But it had no words, no title, and no melody.
The following Saturday he was on his way to Neverland Ranch to meet Michael Jackson. Riley was nervous. Jackson had already tried out a handful of people to replace legendary producer, Quincy Jones, including L.A. Reid, Babyface and Bryan Loren. None stayed on.

Jackson had high hopes, however, for Teddy Riley, whose street-inflected New Jack Swing style brilliantly fused jazz, gospel, R&B, and hip hop. Indeed, perhaps its greatest achievement was in bridging the divide between R&B and hip hop, a bridge, incidentally, that Jackson had been hoping to find since working on Bad.

Jackson listened carefully to the tapes Riley brought with him and instantly loved what he heard. The tracks used different chords than he was accustomed to. The rhythms were fresh and edgy. The beats swung with velocity and hit like sledgehammers.

Among several tracks Jackson listened to that day was the groove Riley worked on the night of the party. Jackson had no idea about the context. “He knew nothing about it,” Riley says. “I never told him anything about it.”

A couple of weeks later, however, Riley says he was shocked to learn Jackson’s title for the track: “Blood on the Dance Floor.” Riley got goose bumps. “It was like he prophesied that record. He felt its mood.”

Over the subsequent months, Jackson and Riley began working feverishly on a variety of tracks, sometimes separately, sometimes together at Larabee Studios in Los Angeles. “I remember he came back with this melody, ‘Blood on the dance floor, blood on the dance floor.’ I was like, ‘Wow!’ He came up with these lyrics and harmonies. Then we just started building it up, layer by layer.”

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Riley used a vintage drum machine (the MPC 3000) for the beat. The snare was compressed to make it pop (“I want it dry and in your face,” Jackson used to say). It was a sound they used throughout the Dangerous album. “Listen to ‘Remember the Time,'” Riley says. “It’s very similar.”

Ultimately, however, “Blood on the Dance Floor” didn’t end up making it onto Dangerous. “It wasn’t quite finished,” Riley says. “There were still some vocal parts missing. Michael loved the song, but he would listen to it and say, ‘I like what you did here, but we still need this here.’ He was a perfectionist.”

As the Dangerous sessions continued, other tracks began to take priority, including “Remember the Time” and “In the Closet.” Jackson wouldn’t resume work on “Blood” until nearly seven years later. It was now January of 1997. Jackson was in the midst of his HIStory World Tour, and had decided to visit Montreux, Switzerland during a break between the first and second leg (according to news reports, while there he also tried to purchase the home of his longtime idol, Charlie Chaplin).

Here, at Mountain Studio, Jackson went to work on the old demo. “We took Teddy’s DAT (Digital Audio Tape) and worked it over with a four-man crew,” recalls musician, Brad Buxer. The completed multi-track, engineered, and mixed by Mick Guzauski, was modeled very closely on the last version Jackson and Riley recorded.

“When I heard it finished, I wished I could’ve been the one to [complete it],” Riley says. “But Michael knows what he wants, and he was happy with it.”

It was, in some ways, an unusual dance song. Like “Billie Jean,” its subject matter was dark and disturbing (in this case, a narrative about being stabbed in the back in the place he least suspected–the dance floor). Jackson’s clipped, raspy vocals evoke a sense of foreboding, as the electro-industrial canvas conjures a modern urban setting. Still, the song feels anything but bleak. The beat cracks out of the speakers like a whip and the hook is irresistible.

‘Glee’ Gambles on Michael Jackson Jackson told Riley he believed the song was going to be a “smash.” “He explained it like this: A hit is a song that stays on the charts for a week or two. A smash is a song that stays up there for six weeks,” Riley says. “He felt ‘Blood on the Dance Floor’ was a ‘smash.'”
“Blood on the Dance Floor” was released on March 21, 1997. Strangely, the song wasn’t even promoted as a single in the U.S. Riley says Jackson didn’t mind in this case. “He figured people in America would find it if they really wanted it. He wasn’t worried about it.” Globally, however, the song thrived, reaching the Top Ten in 15 countries and hitting No. 1 in three (including the U.K.). It also proved ripe for remixes and received frequent play in clubs and dance routines. Left off Jackson’s two major studio albums that decade, “Blood” ironically became one of Jackson’s most durable rhythm tracks of the ’90s.

Fifteen years later, what makes the song unique? I ask Riley. “It was just a direct, aggressive sound for Michael. He always pushed for something stronger. But what was really amazing was how he pre-meditated the energy of the song. He knew what it was about even before I told him what happened that night. I’ve never witnessed anything or anyone as powerful as Michael.”

Source: http://www.theatlant…s-later/254877/